Trieste Libera

TIMAVO 27 MAGGIO 1917: LA FALLIMENTARE IMPRESA DEL MAGGIORE RANDACCIO E LA FALSA EPOPEA DI GABRIELE D’ANNUNZIO

La statua di Gabriele D'Annunzio messa dal Comune di Trieste in Piazza della Borsa.

La statua di Gabriele D’Annunzio messa dal Comune di Trieste in Piazza della Borsa. Il poeta-soldato esaltato dall’Italia nazionalista è uno dei precursori del fascismo e delle persecuzioni razziali che si abbatterono su Trieste. La provocatoria celebrazione di inaugurazione della statua in occasione del centenario dell’impresa di Fiume ha portato alla protesta diplomatica ufficiale della Croazia. 

Trieste ha dovuto subire dal 1918 la cancellazione della sua identità a seguito prima dell’annessione da parte dell’Italia (1920 – 1943) e poi, con l’inizio dell’amministrazione del Governo italiano (1954) della propaganda nazionalista “di confine”.

Per l’Italia, Trieste era una città straniera da redimere convertendola alla “superiore” cultura italiana e poi fascista attraverso una totale sottomissione attuata con i metodi tipici della dittatura.

Trieste, città profondamente mitteleuropea, multietnica, multireligiosa e Città Fedelissima dell’Austria, doveva diventare la più italiana. Così, nella prima operazione di “italianizzazione forzata” attuata tra il 1919 e il 1943 vennero cambiati i nomi e cognomi dei suoi abitanti, i nomi dei luoghi a loro familiari, compresi quelli di vie e delle Piazze, che furono reintitolate agli “eroici” liberatori italiani.

Fu anche chiusa la moschea di Trieste (LINK), distrutte le antiche sinagoghe (LINK) e proibito l’uso e l’insegnamento di tutte le lingue all’infuori dell’italiano. Una pulizia etnica culminata nel 1938, con la proclamazione delle vergognose leggi razziali contro gli ebrei: LINK

La storia venne riscritta dai vincitori e da allora generazioni di triestini sono indottrinate ai falsi miti creati dalla propaganda dell’Italia. Si cercava di nascondere la corruzione del malgoverno e le scomode verità della storia e della politica italiana dietro al falso patriottismo fatto di falsi miti. Come quello dell’eroico poeta-soldato D’Annunzio, nemico e oppressore di Trieste: non certo “liberatore”.

Il Comune di Trieste, in ulteriore spregio alla vera identità e alla storia di Trieste, ha voluto ora dedicare al poeta-soldato una statua nella centralissima Piazza della Borsa; una statua che lo immortala con un libro aperto sulla pagina “Trieste d’Italia, maggio 1917”.

A ricordare la presenza di D’Annunzio sul fronte meridionale dell’Isonzo in quel sanguinoso maggio del 1917 durante la Decima Battaglia dell’Isonzo, quando i triestini combattevano contro l’aggressore italiano e contro il Vate.

Tratto dal blog “Ambiente e Legalità” di Roberto Giurastante

Dal libro “Isonzo – Il massacro dimenticato della Grande Guerra” di John R. Schindler:

Il disastro dei Lupi di Toscana sul Timavo

“Il 26 maggio si verificarono scontri di minore entità, che interessarono reparti fino al battaglione, e per l’alba del 27 maggio il combattimento sull’Isonzo si era esaurito. Entrambi gli eserciti necessitavano di una pausa per recuperare le forze, prima di scendere nuovamente in campo. 

Tuttavia le braci dell’offensiva della 3a Armata rimanevano ancora pericolosamente ardenti nelle linee del fronte, dove i soldati continuavano a morire a seguito di piccoli scontri. Uno di questi fu l’attacco che il 26 maggio un battaglione della 45a Divisione lanciò al di là del fiume Timavo, sulla costa adriatica. 

Il comandante, maggiore Giovanni Randaccio, condusse la sua unità in un assalto suicida contro le trincee austriache sulla sponda est del fiume. Il piano d’attacco fu elaborato da Randaccio stesso e dal suo assistente, il poeta-soldato Gabriele D’Annunzio, che comparve sul Carso in tempo per la Decima Battaglia; questi convinse il maggiore, suo amico, di permettergli di prender parte all’impresa.

L’azione richiedeva il forzamento del fiume da parte dell’intero battaglione attraverso una sola passerella, per poi sferrare un attacco frontale contro le trincee austriache, secondo uno schema chiaramente suicida. Appena messi al corrente del piano, i soldati del battaglione si ammutinarono gridando “noi non vogliamo più essere portati al macello”.

D’Annunzio, sentendosi oltraggiato dalla ribellione della truppa, ne ordinò inferocito la decimazione. I superstiti furono quindi costretti ad attraversare la passerella, sotto il fuoco diretto delle mitragliatrici austriache, con il disastroso risultato che i fanti avevano previsto. L’attacco iniziale portò alla conquista di alcune posizioni austriache, con il sacrificio di molti uomini, e venne presto vanificato dall’inevitabile contrattacco austriaco.

L’assalto del battaglione non portò quindi ad alcun risultato. Tra le numerose vittime italiane vi fu il maggiore Randaccio, ferito mortalmente durante l’attraversamento del Timavo.

Giovanni Randaccio morì in un ospedale da campo a Monfalcone, con al fianco D’Annunzio. Il poeta-soldato riuscì a trasformare l’episodio dell’insensata morte dell’amico in un racconto dalle tinte patriottiche e romantiche, che poi lesse al suo funerale. Il duca d’Aosta apprezzò talmente l’opera, che la fece stampare e distribuire ai soldati della 3a Armata, affinché contribuisse alla “preparazione morale dei combattenti”.”

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