Trieste Libera

I LEONI DELL’ISONZO

I LEONI DELL’ISONZO. Hauptmann Peter Roósz.
ISONZO 2016: I leoni dell'Hauptmann Peter Roósz.

25 ottobre 1916: inizia la nona battaglia dell’Isonzo, la “spallata” invernale voluta dal “generalissimo” Cadorna per scardinare una volta per tutte la linea difensiva austriaca dal Monte Santo a Trieste.

Due le armate italiane impiegate, la 2ª e la 3ª, contrapposte alla 5ª armata austroungarica. La superiorità italiana è schiacciante: 221 battaglioni contro i 91 austriaci.

I 1.350 cannoni dell’artiglieria italiana bombardano a tappeto le linee difensive nemiche fino in profondità, un fuoco metodico, preciso, che nulla risparmia spazzando i reiticolati, le trincee, gli acquartieramenti nelle retrovie, i magazzini dei rifornimenti, i quartieri generali. Un vero inferno che prosegue ininterrottamente fino al 31 ottobre.

Il 1 novembre il bombardamento viene intensificato, si passa dal fuoco di preparazione a quello di “annientamento”. La cadenza di tiro è impressionante, gli effetti devastanti. I difensori perdono migliaia di uomini. È il segnale dell’attacco della fanteria.

Le divisioni italiane si lanciano contro le provate linee difensive austroungariche che però resistono. Per due giorni si susseguono gli attacchi italiani e i contro attacchi austriaci. Una lotta sanguinosa per il possesso di ogni quota, di ogni dolina.

Il 3 novembre la giornata decisiva dell’offensiva. Sotto i continui assalti italiani le logorate divisioni austriache cominciano a cedere. Ormai mancano le riserve ed è solo possibile tenere le seconde linee difensive.

L’attacco italiano ora si sposta nel centro del Carso investendo il punto più critico della difesa austroungarica oltre il Vallone rappresentata dalla seconda linea Castagnevizza (Kostanjevica) – Fajti dove in posizione mediana si trova la strategica quota 464. 

Ed è proprio sulla quota 464 che converge il principale attacco condotto dalla 45ª Divisione, una delle migliori unità italiane, quella dei “Lupi di Toscana”, i conquistatori del Sabotino.

Tre i reggimenti italiani che, preceduti da un intenso fuoco di accompagnamento di artiglieria pesante e di mortai, si gettano contro le indebolitissime difese austriache tenute da elementi della 17ª Divisione di riserva.

La lotta sembra volgere al peggio per gli austriaci, ed a metà mattina i difensori cominciano a perdere terreno.

La quota 464 è a serio rischio, e con essa l’intero fronte dell’Isonzo. Uno sfondamento italiano significherebbe la perdita dell’altopiano della Bainsizza e l’aggiramento dell’ultima linea difensiva austriaca posta nella parte meridionale del fronte davanti a Trieste, quella dell’Hermada. E la caduta di Trieste quindi.

Di fronte al tracollo imminente il Comando militare austriaco ha un solo battaglione da gettare nella mischia per arginare l’avanzata della 3ª Armata italiana su Trieste. È il IVº del 61º Reggimento, formato da rumeni, magiari e serbi ed è comandato dall’Hauptmann (capitano) ungherese Peter Roósz.

L’ordine è di ricacciare gli italiani da quota 464 e di stabilizzare il fronte. Roósz guida il suo battaglione all’assalto in un contrattacco che coglie di sorpresa le truppe italiane. Un solo battaglione austriaco contro sei italiani.

Ma i Frontkämpfer si coprono di gloria: dopo due ore di feroci combattimenti corpo a corpo la 45ª Divisione italiana, la migliore unità di Cadorna, si deve ritirare dal Fajti lasciando 11 mitragliatrici e oltre 500 prigionieri (tra cui 11 ufficiali) nelle mani del IVº battaglione di Roósz.

Nel settore del Fajti hrib la Brigata Toscana appartenente alla 45ª Divisione perde ben 2.634 soldati a seguito del deciso contro attacco del IVº Battaglione del 61º Reggimento austroungarico.

 

I “Lupi di Toscana” vengono fermati dai “Leoni dell’Isonzo”. Trieste è ancora una volta salva.

 

Il capitano Peter Roósz per il suo eroismo verrà insignito con la Croce di Cavaliere dell’Ordine di Maria Teresa, la massima onoreficenza militare asburgica.

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