Trieste Libera

L’EREDITÀ AMBIENTALE DI UN’INVASIONE

L’EREDITÀ AMBIENTALE DI UN’INVASIONE

Articolo del 19 ottobre 2015.

L’EREDITÀ AMBIENTALE DI UN’INVASIONE - L'inquinamento dell'ambiente a Trieste.

Canale di scarico degli olii esausti in una ex caserma dell’E.I. sul Carso triestino. Il canale confluisce nella grotta sottostante.

Quando si affronta il serio problema dell’inquinamento del Territorio Libero di Trieste bisogna distinguere tra quello di origine civile e quello derivante dalle numerose servitù militari a cui il territorio di Trieste si è trovato sottoposto.

Queste due forme di inquinamento hanno il comune denominatore del saccheggio indiscriminato dell’ambiente di uno Stato che avrebbe invece dovuto essere tutelato da chi lo stava amministrando. Un inquinamento attuato in maniera sinergica allo scopo di fare davvero “terra bruciata” in una zona che veniva vista utile solo per contrastare il nemico, all’epoca il Patto di Varsavia.

Civili al servizio dei militari e viceversa quindi uniti da una visione strategica in base alla quale l’intera area urbana e suburbana di Trieste doveva e poteva essere sacrificata con il suo Porto Franco internazionale. Nulla sarebbe caduto nelle mani dei nemici: solo rovine e terra contaminata.

L’eredità di questa “guerra non dichiarata” è ovviamente pesante anche in considerazione della limitata estensione superficiale dell’attuale Territorio Libero di Trieste, dove questa distruzione è stata pianificata e attuata.

Tra discariche civili e militari, spesso mescolate tra di loro, i 212 km² chilometri quadrati del territorio di Trieste sono stati devastati da un’inquinamento che non ha risparmiato nulla. Inquinamento costiero, sottomarino (Golfo di Trieste), del Carso (e del suo sistema ipogeo), delle valli dei torrenti Rosandra e Ospo.

E sopra l’inquinamento si è costruito e si sono realizzate aree urbane, industriali, commerciali, perfino zone turistiche e balneari. Se ne sa ancora poco, troppo poco. Perché, in questo viaggio nel tempo, bisognerebbe scavare nei metri e metri di terreni contaminati per ricostruire quello che è un delitto di Stato.

L’eredità dell’inquinamento lasciato a Trieste dalle Forze Armate italiane comincia appena ad emergere nelle tante zone militari ormai dismesse e abbandonate al loro destino di degrado. Dai depositi sotterranei di carburante, alle aree di addestramento sul Carso, alle vecchie caserme, tutto è inquinato. Perché andandosene i militari si sono dimenticati di bonificare i terreni che avevano devastato.

Cumuli di batterie esauste dell'E.I. ammassate davanti all'imbocco di una grotta in zona militare sul Carso triestino. 

Cumuli di batterie esauste dell’E.I. ammassate davanti all’imbocco di una grotta in zona militare sul Carso triestino. 

E così oggi questo passato affiora dalle tante buche naturali o artificiali che sul Carso testimoniano il sacrificio di questa terra a chi l’ha violentata, anziché difenderla. Bombe inesplose che affiorano dal terreno, batterie esauste, fusti ormai svuotati dai loro veleni scaricati nelle viscere della terra. Molto di questo inquinamento è stato riversato nelle grotte.

Nelle caserme italiane si utilizzavano le grotte come discarica delle officine da campo. Dentro ci finivano gli olii di scarto dei motori dei veicoli militari. Tutti i veicoli militari, compresi quelli corazzati. Fiumi di olii, idrocarburi, diluenti, vernici che finivano nelle profondità del Carso a contaminarne le falde.

In altre grotte centinaia e centinaia di batterie esaurite. E chissà quanti altri veleni si nascondono negli abissi del Carso triestino, vittima di questa pesante eredità.

Tratto dal blog “Ambiente e Legalità” di Roberto Giurastante

Bomba di mortaio seppellita nel terreno in una ex area militare di addestramento dell'E.I. sul Carso triestino.

Bomba di mortaio seppellita nel terreno in una ex area militare di addestramento dell’E.I. sul Carso triestino.

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