Trieste Libera

NELL’ORA DELLA VERITÀ

TRIESTE AFFONDA NELLA MISERIA MENTRE L’ITALIA NE COMPLETA LA SPOLIAZIONE  NEGANDO LA LEGALITÀ

Il 10 febbraio non è solo il giorno del “ricordo” dell’esodo giuliano-dalmata e delle vittime delle foibe che le autorità italiane si apprestano a celebrare solennemente a Trieste, ma anche l’anniversario della firma del Trattato di Pace di Parigi del 1947.

Una ricorrenza quest’ultima che la democratica Repubblica italiana preferisce non “ricordare”, o meglio cancellare dalla memoria storica collettiva per convincere i propri cittadini che di quella guerra l’Italia sia stata vittima e non aggressore.

A Trieste, città martire del nazionalismo italiano, il 10 febbraio assume un valore assoluto: è questa la data della proclamazione dell’indipendenza di Trieste e del suo territorio dallo Stato italiano. Indipendenza garantita dal Trattato di Pace (art. 21):

1. È costituito in forza del presente Trattato il Territorio Libero di Trieste, consistente dell’area che giace fra il mare Adriatico ed i confini definiti negli Articoli 4 e 22 del presente Trattato. Il Territorio Libero di Trieste è riconosciuto dalle Potenze Alleate ed Associate e dall’Italia, le quali convengono che la sua integrità e indipendenza saranno assicurate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

2. La sovranità italiana sulla zona costituente il Territorio Libero di Trieste, così come esso è sopra definito, cesserà con l’entrata in vigore del presente Trattato.

Il Trattato di Pace firmato il 10 febbraio del 1947 divenne esecutivo il 15 settembre dello stesso anno. Da quel momento l’Italia cessò di avere qualsiasi diritto su Trieste e sul suo porto internazionale, fu infatti il suo Governo, con il Memorandum di Londra del 1954, a diventarne amministratore civile provvisorio ed impegnandosi dunque a mantenerne l’indipendenza.

Ma la città “cara agli italiani” era troppo preziosa per permetterlo. Ben presto l’amministrazione italiana si trasformò in una simulazione di sovranità ammantata di nazionalismo e Trieste si ritrovò, in violazione dell’art. 5 dell’Allegato X del Trattato di Pace, a pagare tasse non dovute alla vicina Italia mentre il Porto Franco internazionale del Territorio Libero era trattato e tassato come porto italiano in palese violazione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e del Trattato di Pace che lo istituisce come ente di Stato del TLT.

Che Trieste sia “cara” all’Italia è quindi ben evidente, ma non certo per questioni sentimentali. Dietro alla facciata patriottico-risorgimentale del dichiarato e sempre rinnovato amore verso la  città simbolo dell’unità nazionale di uno Stato traballante nelle sue fondamenta sostanzialmente antidemocratiche si nascondono solide motivazioni economiche.

Trieste rende tanto all’Italia. Il suo Porto Franco internazionale è il principale terminal petroli del Mediterraneo, strategico per l’intera Europa centrale, e i suoi punti franchi da soli valgono svariati miliardi di euro all’anno. Soldi che l’Italia non potrebbe nemmeno trattenersi. E che invece finiscono a Roma quale bottino del saccheggio sistematico attuato contro il diritto internazionale e contro i diritti del popolo triestino sottomesso.

Anche senza potere avere le cifre complete di questo furto continuato, che i ladri – anche se qui portano la divisa da pubblico ufficiale – sono per loro natura sempre restii a comunicare, i dati conosciuti sono da capogiro: 256 milioni di euro predati illecitamente al porto di Trieste sono finiti nel solo 2012 nelle casse dissestate dello Stato italiano. Gli utili del porto di Trieste, che viene sottoposto anche ad una tassazione straordinaria perché considerato troppo competitivo, vanno così a coprire i deficit dei porti italiani.

Ma il giro d’affari è ben più ampio, e andrebbero messe in conto le perdite del fermo forzato dei punti franchi deciso dalle autorità italiane per evitare l’altrimenti certo collasso dei traffici marittimi diretti agli altri porti adriatici. Se pensiamo a cifre superiori ai 4 miliardi di euro non sbagliamo di molto. E questo per il solo porto.

Trieste riceve da Roma appena il 10% di quello che le viene forzosamente prelevato. Eppure i politici italiani continuano a dire che questa è una città assistita e senza alcuna capacità di sviluppo autonomo. Mentre è solo la vittima della politica di annientamento italiana.

L’Italia che qui ipocritamente viene a piangere gli esuli toglie loro il futuro condannandoli con l’intera città alla miseria.

La Trieste che l’Italia vuole non sarà più mai un Porto Franco internazionale, ma un ospizio di reduci del malgoverno pluridecennale mafioso di uno Stato parassita. Un ospizio che assumerà la sostanza di un carcere della decrescita infelice, e che verrà rigidamente separato da quel paradiso della speculazione immobiliare delle mafie che le autorità italiane vorrebbero realizzare “urbanizzando” il Porto Franco Nord: un monumento funebre al nazionalismo italiano anacronistico al posto del Porto principe della Mitteleuropa.

Ecco, sono queste cose a darci il senso del sempre maggior disgusto che i triestini provano verso le istituzioni dell’odiato Stato italiano nemico secolare che qui ha sempre e solo portato morte e disperazione.

Tratto dal blog “Ambiente e Legalità” di Roberto Giurastante

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