Trieste Libera

UNA DISCARICA PARTICOLARE

PARCO DELLE VELE – PORTO SAN ROCCO (MUGGIA)

Quella della discarica di rifiuti tossico nocivi all’interno del Marina turistico di Porto San Rocco a Muggia è una storia particolare. Venne realizzata – con il consenso delle amministrazioni pubbliche – occultandola sotto un’area verde attrezzata a parco giochi per bambini.

Il “Parco delle Vele”, così venne chiamata la discarica in cui vennero seppelliti 18.000 metri cubi di terreno pesantemente inquinato da arsenico, piombo, rame, cadmio, mercurio, idrocarburi, PCB, si trova all’ingresso di quello che avrebbe dovuto diventare il più prestigioso Marina dell’Adriatico.

Da quindici anni questa discarica mimetizzata con il suo carico di letali rifiuti tossici nel ventre è lì indisturbata e tutelata dall’interessato e complice silenzio delle amministrazioni pubbliche. Nessuno deve osare mettere il naso in questo affare, come in tanti altri che riguardano il traffico dei rifiuti tossici svolto a Trieste sotto copertura dello Stato italiano. Pena immediata repressione.

Questa discarica è un buon esempio di come il sistema di governo speciale attuato a Trieste da un’amministrazione che agisce in violazione del diritto internazionale protegge i propri “sporchi” interessi. Ma è anche un esempio di resistenza civile. Perché qui qualcuno si è opposto a questo sistema di governo omertoso, pagandone le conseguenze ma dimostrando la validità di una lotta condotta con determinazione nel nome dei diritti fondamentali e della giustizia.

Nel settembre del 2003 per avere denunciato pubblicamente l’esistenza di questa discarica camuffata, e la sua pericolosità per la salute pubblica – trovandosi in pieno contesto urbano ed in zona balneare, venni querelato per diffamazione da parte della società proprietaria del Marina (Porto San Rocco Spa) e rinviato a giudizio su richiesta del P.M. Federico Frezza.

Mentre io finivo così sotto processo per avere denunciato una pericolosa discarica abusiva, i responsabili del reato, ovvero quelli che avevano realizzato la discarica, se la cavarono senza alcuna conseguenza: loro non vennero nemmeno rinviati a giudizio in quanto i magistrati dichiararono “prescitto” il reato. A nulla valsero le mie opposizioni sull’imprescrittibilità del reato visto che l’inquinamento sarebbe continuato fino a che l’area non fosse stata bonificata.

Alla fine venni assolto al termine di un processo in cui riuscii a dimostrare anche  documentalmente e con testimoni la pericolosità della discarica. Ma tutto rimase lettera morta: per la giustizia italiana il caso era chiuso. E così chi aveva smaltito illecitamente i rifiuti non venne nemmeno obbligato alla bonifica della discarica, e le amministrazioni pubbliche che avrebbero dovuto intervenire almeno per via amministrativa (trattandosi comunque di discarica abusiva) lasciarono cadere tutto nell’oblio.

Di fronte al “muro di gomma” eretto dalle istituzioni italiane presentai una petizione al Parlamento Europeo che venne accolta (petizione 732/2010) e da cui partì l’inchiesta della Commissione Europea per smaltimento illecito di rifiuti tossici. La Commissione Europea ha riconosciuto la fondatezza della denuncia inserendo la discarica del Parco delle vele di Porto San Rocco tra le 255 pericolose di cui è stata imposta la bonifica all’Italia nell’ambito del procedimento di infrazione n. 2003/2077. Ed ora, non avendo l’Italia ancora ottemperato a tale obbligo, la Commissione Europea ha comunicato di accingersi a richiedere alla Corte di Giustizia Europea l’irrogazione della sanzione pecuniaria determinata in 284.800 Euro al giorno.

Un risultato importante a difesa del diritto, della certezza del diritto, ottenuto da un cittadino contro un blocco monolitico di illegalità.

Tratto dal blog “Ambiente e Legalità” di Roberto Giurastante

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