Trieste Libera

DIRITTO ALL’EQUO PROCESSO NEGATO AI CITTADINI DEL TERRITORIO LIBERO DI TRIESTE

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Eccoci nuovamente in tribunale. Oggi si celebra l’udienza conclusiva del processo nei confronti di un socio di Trieste Libera accusato di non avere obbedito a un ordine delle pubbliche autorità.

Cosa era successo di tanto grave? La Guardia di Finanza si era presentata nell’esercizio commerciale del nostro socio per un accertamento fiscale. Il comportamento dei finanzieri era come al solito aggressivo ed inquisitorio. Attesa l’uscita di un cliente, lo avevano fermato ed erano poi entrati con lui nel locale per verificare se lo scontrino fiscale fosse stato rilasciato regolarmente.

Il titolare del locale, che non si opponeva all’accertamento, si dichiarava tuttavia cittadino del Territorio Libero di Trieste e contestava ai finanzieri che essi stavano violando la legge italiana. In particolare, quella che esegue il Trattato di Pace del 1947, che rende Trieste indipendente e la esenta dalle tasse italiane.

Per tutta risposta i finanzieri, terminato il controllo (senza trovare alcuna irregolarità), procedevano all’identificazione del titolare dell’attività commerciale chiedendogli anche il documento di identità che avrebbe comprovato la sua nazionalità italiana e non del Territorio Libero.

Visto il comportamento aggressivo ed arrogante dei due militari il nostro associato si rifiutava di esibire la carta di identità avendo già dichiarato le proprie generalità onde consentire ai finanzieri di stendere il rapporto dell’accertamento.

Tutto qui. Per quel rifiuto ad esibire un documento non necessario all’attività di indagine delle pubbliche autorità, ma essenziale unicamente per umiliare il cittadino e farlo sentire senza difese davanti al potere assoluto dello Stato, il nostro associato è stato rinviato a giudizio.

Questi controlli condotti (purtroppo) con i soliti metodi polizieschi che i tutori dell’ordine tributario utilizzano nei confronti dei cittadini-sudditi creano sempre forti tensioni e malumori.

Veder piombare nel proprio locale la Guardia di Finanza nell’orario e nel giorno di massima frequentazione dei clienti non può fare certamente piacere. Devi bloccare la tua attività per rispondere a loro e intanto i clienti se ne vanno infastiditi ed intimoriti dalla presenza delle Fiamme Gialle.

Perché anche un semplice controllo fiscale in Italia può diventare un incubo da cui rischi di non svegliarti. Ma Trieste non è Italia. Quindi devi sopportare la presenza sgradita dei tutori del “disordine costituito”, ovvero di coloro che simulano la sovranità italiana su Trieste.

A Trieste, in violazione del Trattato di Pace del 1947 e del mandato di amministrazione civile provvisoria del 1954, i rappresentanti locali del Governo italiano, ammantati di nazionalismo italiano, godono di ampie immunità.

Invece di garantire al Territorio Libero i suoi bilanci, come già faceva l’amministrazione britannico-statunitense (1947 – 1954), le autorità amministratrici locali, per meglio simulare l’inesistente sovranità italiana, impongono a Trieste ed al suo Porto Franco internazionale il pagamento delle tasse e del debito pubblico dello Stato italiano. Questo in violazione del Trattato di Pace con l’Italia (art. 5, Allegato X).

A Trieste lo strumento fiscale è utilizzato anche come arma di repressione contro i cittadini che, consapevoli dei loro diritti e dell’indipendenza di Trieste, ne chiedono il rispetto. Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza attuano una campagna mirata nei confronti di tutti coloro che osano disconoscere il potere di imposizione fiscale della Repubblica italiana nell’attuale Territorio Libero.

Azioni vessatorie con irrogazione di multe pesantissime che mettono in ginocchio le attività di impresa. Tutto rigorosamente “fuorilegge” anche in base alle leggi italiane.

Ecco quindi come si è arrivati a questo processo, che è tipicamente politico. E lo si capisce subito. Come al solito l’aula udienza (la più piccola del tribunale) è presidiata dai Carabinieri. Tutte le cause in cui si trovano a giudizio iscritti del Movimento Trieste Libera lo sono dal luglio del 2013, quando un cittadino aveva contestato in udienza un giudice.

Anche oggi i Carabinieri armati sono schierati a difesa di una legge che non c’è: quattro militi (tre uomini e una donna) che quasi bloccano l’accesso viste le dimensioni dell’aula di giustizia. Si entra con difficoltà (lo spazio per il pubblico è di, forse, 5 metri quadrati…).

Ci sono anche gli agenti della DIGOS, ma la loro presenza è più discreta, nascosti tra il pubblico dentro e fuori l’aula. Viene il dubbio che siano lì per controllare più i Carabinieri, che i pericolosi “eversori” (ovvero i cittadini che chiedono il rispetto della legge). Che poi sono solo tre: io ed un’altra persona tra il pubblico, più l’imputato con il nostro legale.

Il giudice inizia puntualmente il processo alle 10. È proprio quello della famosa udienza del luglio 2013. Dovrebbe essere assolutamente incompatibile a giudicare un iscritto di Trieste Libera. Anche perché lui ha pure presentato denuncia per i fatti di quella volta.

È già stato ricusato per questo, ma non è servito a nulla: il principio della terzietà ed imparzialità del giudice sembra sconosciuto.

Chi prova ad esercitare il legittimo diritto a non essere giudicato da un giudice dichiaratamente ostile e prevenuto viene immediatamente punito con le famigerate sanzioni pecuniarie.

Tu ricusi il giudice e tu dovrai pagare per avere osato dichiararti cittadino consapevole dei tuoi diritti e quindi pericoloso perturbatore del disordine costituito, ovvero quello fatto di nazionalismo sfrenato e camorre nazionaliste che soffocano Trieste da decenni.

L’udienza va quindi avanti secondo il rituale predeterminato di ogni processo politico: il diritto non è argomento del dibattimento. La Procura chiede il massimo della pena il “grave” reato: 200 euro.

Il nostro avvocato evidenziando la mancanza di qualsiasi dolo da parte dell’imputato che stava comunque agendo nell’esercizio di un proprio diritto. Precisa comunque che dal 1 aprile è entrata in vigore la nuova legge sulla depenalizzazione dei reati lievi, tra i quali ricade anche quello oggetto del presente capo di imputazione.

Il giudice dovrebbe quindi dichiarare l’improcedibilità non potendo essere pronunciata una sentenza contro legge e dovendo garantire all’imputato le condizioni a lui più favorevoli. Ma come detto questo è un processo politico, dove il diritto non è di casa.

Quindi il giudice sospende l’udienza e rientra dopo circa 15 minuti con la sentenza di condanna alla pena massima (200 euro di sanzione): (in)giustizia è fatta.

Ascolto la sentenza pure io con le braccia incrociate adeguandomi ai carabinieri che mi stanno di fronte: un faccia a faccia tra i cittadini del Territorio Libero di Trieste, che con le armi del diritto chiedono la legalità, e i rappresentanti armati delle istituzioni italiane locali che con le loro pistole nelle fondine impongono la legge del più forte contro ogni principio di legalità.

Tratto dal blog “Ambiente e Legalità” di Roberto Giurastante

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