Movimento Trieste Libera

DIRITTO ALL’EQUO PROCESSO NEGATO AI CITTADINI DEL TERRITORIO LIBERO DI TRIESTE

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Eccoci nuovamente in tribunale. Oggi si celebra l’udienza conclusiva del processo nei confronti di un nostro associato accusato di non avere obbedito a un ordine delle pubbliche autorità.

Cosa era successo di tanto grave? La Guardia di Finanza si era presentata nell’esercizio commerciale del nostro socio per un accertamento fiscale. Il comportamento dei finanzieri era come al solito aggressivo ed inquisitorio: attesa l’uscita di un cliente lo avevano fermato ed erano poi entrati con lui nel locale per verificare se lo scontrino fiscale fosse stato rilasciato regolarmente.

Il titolare del locale, pur non opponendosi all’accertamento, si dichiarava cittadino del Territorio Libero di Trieste e contestava ai finanzieri che essi stavano violando la legge italiana che esclude, nel rispetto del Trattato di Pace, le imposizioni fiscali dello Stato italiano nell’attuale TLT.

Per tutta risposta i finanzieri, dopo avere terminato il controllo senza trovare alcuna irregolarità, procedevano all’identificazione del titolare dell’attività commerciale chiedendogli anche il documento di identità che avrebbe comprovato la sua nazionalità italiana e non del Territorio Libero. Visto il comportamento aggressivo ed arrogante dei due militari il nostro associato si rifiutava di esibire la carta di identità avendo già dichiarato le proprie generalità onde consentire ai finanzieri di stendere il rapporto dell’accertamento.

Tutto qui. Per quel rifiuto ad esibire un documento non necessario all’attività di indagine delle pubbliche autorità, ma essenziale unicamente per umiliare il cittadino e farlo sentire senza difese davanti al potere assoluto dello Stato, il nostro associato è stato rinviato a giudizio.

Questi controlli condotti con i (purtroppo) soliti metodi polizieschi che i tutori dell’ordine tributario utilizzano nei confronti dei cittadini-sudditi creano sempre forti tensioni e malumori. Veder piombare nel proprio locale la Guardia di Finanza nell’orario e nel giorno di massima frequentazione dei clienti non può fare certamente piacere. Devi bloccare la tua attività per rispondere a loro e intanto i clienti se ne vanno infastiditi ed intimoriti dalla presenza delle Fiamme Gialle.

Perché anche un semplice controllo fiscale in Italia può diventare un incubo da cui rischi di non svegliarti. E qui non siamo nemmeno in Italia e devi quindi sopportare la presenza sgradita di quelli che sono a tutti gli effetti degli occupanti, i tutori del “disordine costituito”, che ti sottopongono ad angherie e vessazioni in forma ancor più pesante che nel Bel Paese e per fare rimarcare che loro possono farti quello che vogliono non dovendo rispondere a nessuna legge.

A Trieste l’Italia in violazione del Trattato di Pace del 1947 sta imponendo la propria fittizia sovranità su uno Stato (l’attuale Territorio Libero di Trieste) che si trova tuttora in amministrazione fiduciaria provvisoria assegnata con il Memorandum di Londra del 1954 al Governo italiano.

Un’amministrazione che avrebbe dovuto garantire, come l’amministrazione Anglo-Americana dal 1947 al 1954, bilanci separati al Territorio Libero: invece, le autorità amministratrici italiane, per meglio simulare l’inesistente sovranità italiana, hanno imposto a Trieste ed al suo Porto Franco il pagamento del debito pubblico dello Stato italiano, in violazione del Trattato di Pace con l’Italia (articolo 5 dell’Allegato X del Trattato di Pace) che con l’indipendenza garantisce al TLT l’esenzione dal debito pubblico italiano.

A Trieste lo strumento fiscale è utilizzato anche come arma di repressione contro i cittadini che, consapevoli dei loro diritti e dell’indipendenza di Trieste, ne chiedono il rispetto a norma di Trattato di Pace. Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza attuano una campagna mirata di terrorismo nei confronti di tutti coloro che osano disconoscere il potere di imposizione fiscale della Repubblica italiana nell’attuale Territorio Libero.

Azioni vessatorie con irrogazione di multe pesantissime che mettono in ginocchio le attività di impresa. Tutto rigorosamente “fuorilegge” anche in base alle leggi italiane che riconoscono il Trattato di Pace e l’amministrazione provvisoria: quasi Trieste fosse uno Stato occupato con la forza. Così sta morendo Trieste con il suo Porto Internazionale: sotto la predazione continuata della confinante Repubblica Italiana, lo Stato più corrotto d’Europa.

Ecco quindi come si è arrivati a questo processo, che è tipicamente politico. E lo si capisce subito. Come al solito l’aula udienza (la più piccola del tribunale) è presidiata dai Carabinieri. Tutte le cause in cui si trovano a giudizio iscritti del Movimento Trieste Libera sono state militarizzate dal luglio del 2013, quando in udienza pubblica vi era stata la prima contestazione di un giudice.

Nulla di grave, solo urla dettate dall’esasperazione di un popolo privato dei suoi diritti che continua ad essere bellamente preso in giro dai magistrati italiani che rigettavano senza motivazioni le legittime richieste dei cittadini ad avere il proprio giudice naturale: quello che deve essere assicurato dal Governo amministratore ed agire nel rispetto dello status di Trieste.

Ma quella spontanea indignazione di decine di persone stufe di essere trattate come sudditi, e non come cittadini di uno Stato di diritto, dai rappresentanti di una giustizia che agiva contro legge era stata vista come pericolosa “ribellione”. Bisognava dare un segnale forte e mostrare il pugno di ferro contro chi osava alzare la testa e chiedere giustizia dopo sessant’anni di di oppressione e propaganda. La soluzione? Militarizzazione: Carabinieri e polizia ad ogni udienza per controllare ogni anelito di libertà.

Anche oggi i Carabinieri armati sono schierati a difesa di una legge che non c’è: quattro militi che quasi bloccano l’accesso viste le dimensioni dell’aula di giustizia. Si entra con difficoltà (lo spazio per il pubblico è di, forse, 5 metri quadrati…) e ci si trova faccia a faccia con i Carabinieri (tre uomini e una donna) che braccia incrociate ti fissano quasi a sfidarti.

Ci sono anche gli agenti della DIGOS, ma la loro presenza è più discreta, nascosti tra il pubblico dentro e fuori l’aula. Viene il dubbio che siano lì per controllare più i Carabinieri che non i pericolosi “eversori” (cioè cittadini che chiedono il rispetto della legge) del Movimento Trieste Libera. Che poi sono solo tre: io ed un’altra persona tra il pubblico, più l’imputato con il nostro legale (Avv. Edoardo Longo).

Il giudice che inizia puntualmente il processo alle 10 è proprio quello della famosa udienza del luglio 2013, quello che con il suo comportamento aveva fatto esplodere la rabbia dei cittadini. Dovrebbe essere assolutamente incompatibile quindi a giudicare un iscritto di Trieste Libera. Anche perché lui ha pure presentato denuncia per i fatti di quell’udienza contro molti iscritti al nostro movimento.

E’ già stato ricusato per questo, ma non è servito a nulla: nella giustizia italiana non viene rispettato il principio della terzietà ed imparzialità del giudice. Chi prova ad esercitare il suo legittimo diritto a non essere giudicato da un giudice dichiaratamente ostile e prevenuto viene immediatamente punito con le famigerate sanzioni pecuniarie. Tu ricusi il giudice e tu dovrai pagare per avere osato dichiararti cittadino consapevole dei tuoi diritti e quindi pericoloso perturbatore del disordine costituito, quello fatto di nazionalismo sfrenato e camorre nazionaliste che da decenni sostengono la soffocante ed illecita simulazione di sovranità italiana sul Territorio Libero di Trieste.

L’udienza va quindi avanti secondo il rituale predeterminato di ogni processo politico nel quale il diritto non è argomento del dibattimento. La Procura chiede il massimo della pena per un reato così “grave”: 200 euro. Il nostro avvocato evidenziando la mancanza di qualsiasi dolo da parte dell’imputato che stava comunque agendo nell’esercizio di un proprio diritto (se il Trattato di Pace è ancora valido per lo Stato italiano, ovviamente…) precisa comunque che dal 1 aprile è entrata in vigore la nuova legge sulla depenalizzazione dei reati lievi, tra i quali ricade anche quello oggetto del presente capo di imputazione.

Il giudice dovrebbe quindi dichiarare l’improcedibilità non potendo essere pronunciata una sentenza contro legge e dovendo garantire all’imputato le condizioni a lui più favorevoli. Ma come detto questo è un processo politico, dove il diritto non è di casa. Il giudice sospende l’udienza e rientra dopo circa 15 minuti con la sentenza di condanna alla pena massima (200 euro di sanzione) anche se contro la stessa legge italiana: (in)giustizia è fatta. E il giudice italiano si prende la sua vendetta in una terra senza legge.

Ascolto la sentenza pure io con le braccia incrociate adeguandomi ai carabinieri che mi stanno di fronte: un faccia a faccia tra i cittadini del Territorio Libero di Trieste, che con le armi del diritto chiedono la legalità, e i rappresentanti armati delle istituzioni italiane che con le loro pistole nelle fondine impongono la legge del più forte contro ogni principio di legalità.

La Repubblica giudiziaria autocratica italiana ha mostrato una volta di più il suo volto truce pluri-fotografato nelle graduatorie internazionali che la pongono, per quanto riguarda la giustizia,  stabilmente a livello dei Paesi pseudo democratici dell’Africa.

Una giustizia che sta terminando il suo tempo nel Territorio Libero di Trieste.

Tratto dal blog “Ambiente e Legalità” di Roberto Giurastante

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