Movimento Trieste Libera

TRIESTE: L’ULTIMA COLONIA DELL’EX IMPERO ITALIANO

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1954, l’inizio dell’esodo: i triestini emigrano a migliaia. A Trieste sta per tornare l’Italia.

Quando nell’ottobre del 1954 le truppe italiane entrarono a Trieste per quella che il nazionalismo italiano tuttora dipinge come la “seconda redenzione” della città si crearono le basi di un’illegalità consolidata per decenni con cui ora bisogna fare i conti. Il governo italiano infatti, poco dopo aver ricevuto dai governi di Regno Unito e Stati Uniti l’amministrazione dell’allora Zona A del Territorio Libero di Trieste, approfittando delle tensioni della Guerra Fredda, permise ben presto che gli accordi di Londra fossero calpestati. Nel nome di un revanscismo alimentato dalla fine della seconda guerra mondiale, e che aveva visto la diplomazia italiana al lavoro per ritornare in possesso di Trieste, ovvero di quel porto franco internazionale già appartenuto – a seguito dell’annessione del 1918 – al Regno d’Italia.
Perché a dispetto della propaganda di Stato e delle mistificazioni, Trieste non era una città cara al cuore per l’Italia, ma una pericolosa avversaria da soffocare ad ogni costo…

Nel 1382 Trieste si era legata all’Austria volontariamente e dal 1719, con la concessione del porto franco, fiorì diventando una città multiculturale e multireligiosa, rimanendo per due secoli il principale scalo dell’Impero d’Austria. Un punto di riferimento per l’intera Mitteleuropa di cui costituiva il naturale emporio marittimo.

Per secoli era stata una spina nel fianco dei porti della penisola italiana: dalla Repubblica di Venezia fino al Regno d’Italia, quel porto adriatico, l’urbe Fidelissima all’Austria era un pericoloso concorrente da abbattere e l’occasione di presentò con la prima guerra mondiale, quando l’Italia tradì i suoi stessi alleati schierandosi vigliaccamente con l’Intesa nel 1915.

Grazie alla vittoria dei suoi alleati, l’Italia poté finalmente assoggettare Trieste e gran parte del Litorale Austriaco: il porto franco venne progressivamente depotenziato fino ad essere ridotto alle disperate condizioni attuali, ovvero quelle di uno scalo condannato inesorabilmente alla soppressione dei suoi traffici commerciali dirottati verso i porti del regno d’Italia e definitivamente soffocato dall’autarchico regime fascista.

Un regime ferocemente ostile all’identità multiculturale di Trieste e delle altre terre del Litorale Austriaco annesse dopo la prima guerra mondiale: molti dei suoi abitanti furono costretti ad emigrare, mentre coloro che rimasero dovettero assistere alla distruzione dei monumenti che celebravano oltre mezzo millennio di dedizione all’Austria, furono costretti a subire l’italianizzazione forzata dei cognomi e dei toponimi” in un’operazione di rimozione forzata delle identità e delle origini famigliari che culminò nel divieto di parlare le molte lingue di quella terra e nella proclamazione, proprio a Trieste, delle leggi razziali italiane e nella persecuzione della comunità ebraica.

Al termina della seconda guerra mondiale, le potenze Alleate vittoriose riconobbero l’importanza strategica del porto franco di Trieste ed anche la sua identità multietnica e multireligiosa, pur calpestata dal regime fascista e da quello nazista (dopo la resa italiana del 1943, Trieste passò sotto il controllo della Germania Nazista, venendo inclusa nella Zona d’operazioni del Litorale adriatico Operationszone Adriatisches Küstenland, ne ho parlato in un mio post: LINK).

Per questo, nel 1947, in base alla risoluzione S/RES/16 (1947) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ed all’entrata in vigore del Trattato di Pace con l’Italia, Trieste divenne capitale di un nuovo Stato sovrano indipendente: il Territorio Libero di Trieste – TLT, affidato all’amministrazione di un primo governo provvisorio, l’AMG FTT (Governo Militare Alleato del Territorio Libero di Trieste) che tra il 1947 e il 1954 fece rifiorire il porto di Trieste, riportandolo agli antichi splendori e raggiungendo picchi storici nella movimentazione merci e dimostrando così la sua importanza strategica per l’intera Europa, anche per il trasporto degli aiuti americani per la ricostruzione europea (Piano Marshall).

Tuttavia, le tensioni della “guerra fredda” resero impossibile il passaggio da questo regime provvisorio a quello definitivo: le Nazioni Unite non riuscirono a nominare il governatore del TLT nei tempi brevi previsti dal trattato e presto la nuova Repubblica Italiana si mise in moto per cercare di soffocare di nuovo il porto franco di Trieste, ora costituito come ente di Stato del Territorio Libero di Trieste e con diritti speciali per gli Stati della Mitteleuropa senza accesso al mare.

Le tensioni dei due blocchi contrapposti favorirono il ritorno di un’amministrazione civile italiana su Trieste. Così nel 1954 si arrivò al passaggio di consegne tra i governi di Regno Unito e Stati Uniti da una parte e dall’altra la Repubblica Italiana. Un passaggio di consegne, con la sola trasmissione dell’amministrazione civile provvisoria senza alcuna sovranità, che l’Italia invece simulò da subito e senza particolari problemi all’ombra appunto della “guerra fredda”.

Infatti, nonostante il Dipartimento di Stato USA ricordasse con il documento P 091827Z APR 74 del 9.4.1974 che il TLT continuava ad esistere nonostante la simulazione di sovranità italiane e sebbene nel 1983 le Nazioni Unite confermavano, anche dopo il trattato bilaterale di Osimo, che la questione del Territorio Libero di Trieste può essere riaperta in qualsiasi momento su richiesta di qualsiasi Stato membro, l’Italia continuava a negare i diritti dei suoi cittadini e di tutti gli Stati sul porto franco internazionale del TLT.

Perché? Qui entra in gioco la propaganda di Stato: la memoria del popolo di questo territorio internazionale è stata sepolta insieme alla memoria dei diritti di questo unico, davvero unico, porto internazionale.

Uno strato di illegalità sopra l’altro, e con operazioni propagandistiche che da Regime Fascista a Repubblica hanno mostrato una pressoché totale continuità, alla fine è stato scoperto e la verità riemerge ora con la forza della dignità: la dignità di un popolo dimenticato dalla Storia che vuole riaffermare la propria identità cancellata e riprendersi il suo futuro.

Ma come è stato possibile consolidare questo stato di illegalità e far tacere tanto a lungo il popolo del Territorio Libero di Trieste?

Dai rapporti dei servizi segreti inglesi risalenti all’epoca dell’amministrazione Alleata Anglo-Americana era ben evidente la pianificazione di un’annessione del TLT da parte italiana. Un’annessione basata sugli accordi tra la nuova Repubblica e i poteri criminali che avrebbero garantito il controllo del territorio. Un patto inossidabile tra i cosiddetti “poteri forti” a cui l’Italia non era nuova avendolo ampiamente sperimentato per raggiungere l’unità nazionale.

Questi “poteri forti”, che a Trieste erano (e sono) ben rappresentati dalla potente massoneria deviata, ricevettero consistenti aiuti economici e materiali permettendo così l’attuazione di campagne disinformative propagandistiche e la creazione di cellule eversive che innescarono disordini sociali, riuscendo così a marginalizzare ed alla fine estromettere completamente la legittima rappresentanza dei cittadini del TLT influenzando anche l’opinione pubblica a livello internazionale su quanto stava accadendo in questo territorio conteso.

Contemporaneamente, nelle amministrazioni pubbliche iniziarono le robuste iniezioni di funzionari in prevalenza meridionali (siciliani e campani in testa) e rispondenti direttamente al sistema mafioso e della pseudo-massoneria instaurato con copertura dei servizi segreti italiani. Una pratica consolidata poi negli anni e che ha trasformato Trieste nell’ultima vera colonia italiana: il relitto storico di un “Impero” che non c’è più.

Di seguito la trascrizione di un rapporto dei servizi segreti inglesi al Governo Militare Alleato (anno 1951) sul ruolo delle pseudo-massonerie Triestine e sulle infiltrazioni – tramite queste – dei servizi segreti italiani, ancora sotto controllo dei funzionari fascisti, nel TLT sul confine orientale.

Il “clan” dei siciliani descritto in questo dossier deve avere lasciato – e probabilmente non casualmente – delle eredità visto che tuttora il gruppo di funzionari più rappresentato nella pubblica amministrazione italiana a Trieste, con ruoli particolarmente importanti nel Palazzo di Giustizia, è formato proprio da personale siciliano ritenuto evidentemente tra i più affidabili.

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RAPPORTO DEL GMA (1951) SULLA MASSONERIA DEVIATA TRIESTINA E SULLE OPERAZIONI DI CONTRASTO MESSE IN ATTO DALL’ITALIA PER IMPEDIRE LA COSTITUZIONE DEL TERRITORIO LIBERO DI TRIESTE.

La massoneria a Trieste si divide in due logge massoniche. Essa si basa praticamente su una organizzazione segreta del tipo delle società segrete meridionali, note sotto il nome di “mafia” in Sicilia o di “camorra” a Napoli.

Come queste, anche le logge massoniche hanno come scopo fondamentale una funzione di mutua assistenza a favore degli associati; manifestano carattere antireligioso e utilizzano il nome di massoneria nell’intento di potere contare su una certa simpatia da parte degli elementi inglesi e americani residenti a Trieste con funzioni ufficiose o ufficiali al Governo militare alleato; i quali a loro volta sarebbero affiliati a logge inglesi e americane nelle rispettive città d’origine.

La loggia principale a Trieste ha la sua sede pratica nel circolo della Cultura e delle Arti in piazza Verdi. Si chiama la Loggia Rossa perché derivata da una scissione della Loggia Scozzese. Tra i dignitari di questa Loggia Rossa si contano il prof. Cammarata, l’avv. Forti, l’ing. Nunzi e Libutti. Fra i minori vengono annoverati l’ing. Doria, Palutan, presidente di zona, Poilucci, Franzil, Puecher (socialista), l’avv. Volli (repubblicano), col. Fonda Savio.

L’altra Loggia Scozzese o Tricolore ha la sua sede principale a Bari in via dei Rossi n. 131 presso Giaconi o presso il medico dott. Demetrio di Demetrio in via S. Nicolò n. 2.

A Trieste questa Loggia conta fra le persone notevoli il gen. Rizzo, da considerarsi fra i capi, insieme a Monciatti (Uomo Qualunque), il col. Romano Manzutto del Distretto militare, sezione Aereonautica, Orlandi dello stesso Distretto, dott. Grubissi della Procura di Stato, l’avv. Gerin padre e il dott. Gerin figlio, funzionario della Missione Italiana.

Libutti, per quanto sia legato a una loggia che ha sede in piazza del Popolo a Roma, fa parte della suddetta loggia triestina. Come pure vi appartengono vari funzionari della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero dell’Interno, alcuni dei quali fanno la spola fra Roma e Trieste. Fra costoro figurano il rag. Rognoni, il prefetto dott. Silvio Innocenti, il col. Bellini, Pierotti. Inoltre vi appartengono Origone, prorettore, dirigente della sezione del Partito Monarchico di Trieste, presidente dei laureati cattolici, via Battisti n. 13, Battaglia della Lega Nazionale ed elementi direttivi del Msi di Trieste (col. o magg. Mattiussi dei Mutilati) e infine vari ex candidati dell’ex Blocco Nazionale.

Questa Loggia gode di finanziamenti da parte dell’Ufficio Zone di Confine della Presidenza del Consiglio (Innocenti). Vi aderiscono pure vari ispettori di polizia, fra i quali Salvati, Burranello (espulso), che sono considerati elementi fidati e che hanno il compito di controllare i vari ufficiali della stessa Polizia Civile di origine meridionale.

Nella magistratura tra gli adepti succubi si contano i pretori Pietro Rossi (siciliano), Locuoco (siciliano); dei procuratori sostituti di Stato, il dott. Franco junior (siciliano), il dott. Grubissi del Msi con incarichi minori. E’ pure controllato il Procuratore Santanastasio attraverso l’avv. Gerin. La Missione Italiana attraverso Innocenti, così pure il Procuratore di Stato Pellegrini (timoroso).

A detta Loggia aderiscono pure Vitanzo (siciliano) Primo Presidente della Corte d’Appello e De Franco padre (siciliano) Presidente di Sezione della Corte d’Appello, che a sua volta viene strettamente controllato. La loggia ha poi notevoli influenze su Santomaso, Presidente del Tribunale (debole) e sul dott. Falchi, consigliere d’istruzione.

Delle due logge quella di Piazza Verdi e cioè la Rossa dispone di un maggior numero di persone in campo economico (ing. Guicciardi della Soc. “Aquila”, Rozzo della Cassa di Risparmio, alcuni dirigenti dei Cantieri Riuniti dell’Adriatico (ing. Aurelio), Piccotti, Tommasini, capitano della Tricolore; nel campo culturale il professore di università Roletto).

In generale i vari aderenti al cenacolo triestino fanno capo in via Miramare n. 31 nella casa  del prof. Roletto.

La Loggia Rossa si dice di rito giustiniano, ma non è stata mai riconosciuta, mentre esiste una sottospecie di loggia detta antonianea cui appartengono Piccotti, Szombathely, prof. Andrj, ex candidati del Blocco Italiano. Questa Loggia Antonianea funge da ponte tra la Rossa e la Scozzese Tricolore. 

Risulta che il Vescovo Mons. Santin riceve in casa, come amici esponenti di ambedue le logge e anche della terza: vale a dire il prof. Cammarata, l’avv. Forti, Origone, Szombathely, ecc.

Fra questi visitatori si annovera particolarmente Mons. Labor, parroco di San Giusto, ex medico ed ex ebreo e considerato amico confidenziale del Vescovo.

Praticamente queste logge, pur avendo attriti fra di loro e considerando la Loggia Tricolore alcuni elementi della Rossa come “transfughi”  (vedi Nunzi) vanno in fondo d’accordo su molte questioni e si aiutano vicendevolmente.

La recente campagna propagandistica di stampa del “Corriere della Sera” (articoli di Grazzini), del “Giornale di Trieste” e del “Messaggero Veneto”, è stata preparata in buon accordo tra le varie logge e il Partito Liberale, l’Uomo Qualunque, il Partito Monarchico (Grasso, vicepresidente della Lega Nazionale) ecc.

La campagna in parola è stata scatenata su ispirazione di alcuni funzionari della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Ufficio Zone di Confine – con l’appoggio e il concorso del sindaco Bartoli, Palutan, Franzil e qualche altro esponente democristiano che occupa posti amministrativi, ma che non hanno nessuna influenza sulla direzione del partito a Trieste. A tal proposito consta che il partito della Democrazia Cristiana in generale non ha visto di buon occhio tale campagna e si ritiene pertanto che le rettifiche fatte da De Gasperi in senso conciliativo e moderatore su quanto denunciato anche con le mozioni parlamentari Lucifero e Randaccio, sia dovuto ad una relazione riservata fatta a De Gasperi dal segretario politico della Democrazia Cristiana prof. Romano, previo accordo con Degano e il Dott. Delise.

Il Msi è prevalentemente antimassone (Colognatti) e non è tra i promotori di tale campagna di stampa e delle specificate mozioni. I principali promotori risultano essere invece Forti e Cammarata (riconciliati), Fonda Savio, Libutti (in assenza di Innocenti ammalato), Bartoli, Palutan, Franzil, Gerin della Missione Italiana, Fragiacomo e Rovatti del Cin dell’Istria.

L’autore degli articoli apparsi sul “Corriere della Sera” di Milano, Grazzini, giunto a Trieste in occasione della Fiera, è stato montato oltre che dai surriferiti pure da Tranquilli del “Giornale di Trieste” che ha il suo braccio destro nel redattore Ugo Sartori, capodistriano, antinglese, fascista, che si serve dello pseudonimo di Gianni Schicchi, di Carlo Tigoli, direttore del “Messaggero Veneto” e di Doria.

Inoltre vi hanno concorso i suggerimenti dei funzionari del Ministero dell’Interno, Libutti e Bellini e di Pierotti della Prefettura di Trieste.

In relazione alle elezioni risulta che delle Democrazia Cristiana Bartoli, Palutan, Franzil, Venier e Sciolis sono d’accordo con l’avv. Jaut per l’apparentamento, ma limitatamente al blocco italiano con esclusione del Msi. Contrari a detta manovra sono i dirigenti della Dc (Rinaldini) e i socialisti (prof. Lucio Lonzar).Il comm. Cardona della Loggia Tricolore risulta il 33 dell’esecutivo. E’ l’ex capo della gente di mare, notoriamente fascista. Di questa loggia fa pure parte La Vince, figlia d’anima del gen. Rizzo attualmente all’Anagrafe.

Tratto dal blog “Ambiente e Legalità” di Roberto Giurastante

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