Movimento Trieste Libera

IL PORTO NUCLEARE “INTERNAZIONALE” DI TRIESTE

Portaerei nucleare Statunitense al confine marittimo Slovenia/Territorio Libero di Trieste (Comune di Muggia)

Tra i tanti elementi dell’illecita simulazione di sovranità che le autorità amministratrici italiane nell’attuale Territorio Libero di Trieste difendono sempre più disperatamente vi è certamente la questione del titolo con cui le forze militari italiane (ma non solo) possono operare in uno Stato che, secondo l’articolo 3 dell’Allegato VI del Trattato di Pace di Parigi del 1947 dovrebbe essere “demilitarizzato e neutrale”.

In questo Stato “demilitarizzato e neutrale” l’Allegato VIII dello stesso Trattato istituisce un Porto Franco internazionale, l’unico al mondo, come ente di Stato del Territorio Libero di Trieste sotto il controllo di una commissione internazionale costituita da rappresentanti di più di venti Stati. Si era creata così una vera zona economica a disposizione delle merci, delle imprese e dei governi di tutti gli Stati del mondo, eppure anche questo scalo risulta ospitare non solo navi della Marina Militare italiana, ma essere registrato come porto nucleare della NATO.

A prima vista questi elementi potrebbero sembrare in conflitto insanabile (ed il silenzio delle autorità amministratrici italiane, colpevoli peraltro di aver esteso il servizio militare italiano nell’attuale TLT non aiuta – LINK), quindi l’unico modo per capire questa confusa situazione di fatto è l’analisi della situazione di diritto.

Torniamo all’articolo 3 dell’Allegato VI: le sole forze armate consentite nel TLT sono quelle autorizzate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, garante internazionale dell’integrità e indipendenza del Territorio Libero di Trieste in virtù della sua risoluzione S/RES/16 (1947) e dello stesso Trattato di Pace (articolo 21).

Perché questa clausola? Semplice: dopo l’indipendenza di Trieste e del suo territorio, il 15 settembre 1947 (data dell’entrata in vigore del Trattato di Pace) il primo ruolo di primo governo del nuovo Stato fu affidato alle truppe alleate già presenti nell’area, che per l’attuale TLT si identificano con le truppe Britannico-Statunitensi dell’AMG FTT (Allied Military Government Free Territory of Trieste – Governo Militare Alleato del Territorio Libero di Trieste) ovvero ai Governi di Stati Uniti e Regno Unito.

Il mandato conferito all’AMG FTT era una forma di amministrazione fiduciaria speciale (special trusteeship) che sarebbe dovuta durare solo fino alla nomina del governatore del Territorio Libero di Trieste da parte dello stesso Consiglio di Sicurezza.

Le tensioni della Guerra Fredda impedirono però la nomina del governatore del Territorio Libero di Trieste nei tempi brevi previsti dal Trattato di Pace e l’amministrazione dell’AMG FTT durò dal 1947 al 1954: in questo periodo la città fu ricostruita ed il suo porto ebbe un ruolo fondamentale nel rifornimento dell’Europa centrale, in particolare nel trasporto degli aiuti statunitensi per la ricostruzione europea (Piano Marshall).

Le cose cambiarono nel 1954, quando i governo di Stati Uniti e Regno Unito trasferirono al governo italiano (non allo Stato) l’amministrazione civile provvisoria dell’attuale TLT. Dal 1954 quindi il governo italiano ha anche un secondo ruolo: quello di governo civile provvisorio del Territorio Libero di Trieste, che esercita tuttora tramite un Commissario istituito con la stessa legge che che istituisce la Regione Friuli Venezia Giulia (art. 70).

La prova definitiva di questo è che la Legge Costituzionale italiana 1/63 è un provvedimento vigente nel Territorio Libero di Trieste solo in virtù della sua pubblicazione sul Bollettino Ufficiale del Commissariato Generale del Governo italiano per il Territorio di Trieste dell’11 marzo 1963, n. 7.

Questa la situazione di diritto, sepolta sotto decenni di propaganda nazionalista di Stato e violazioni che Trieste Libera sta ora denunciando e smantellando proprio appellandosi alle leggi in vigore.

Torniamo alla presenza delle forze militari nel Territorio Libero di Trieste: il mandato conferito ai governi di Regno Unito e Stati Uniti non riguardava solo l’amministrazione civile (ceduta al governo italiano nel 1954) ma anche la difesa militare del nuovo Stato e del suo Porto Franco internazionale. Una decisione giustificata, peraltro, non solo dalle tensioni della Guerra Fredda, ma anche dai ben noti tentativi di alcuni ambienti italiani di annettersi l’intero TLT con un colpo di mano  militare (LINK).

Anche per questo, la difesa militare del Territorio Libero di Trieste non poteva essere sub-affidata che ad un’organizzazione internazionale priva di conflitti di interesse: la NATO. Per questo motivo il Porto Franco internazionale del Territorio Libero di Trieste è anche porto nucleare militare. E per questo le forze armate italiane, quando si trovano a Trieste, non rappresentano la Repubblica Italiana, ma la NATO.

Solo che le autorità amministratrici italiane hanno nascosto questi particolari: non tanto per paura della popolazione di Trieste, quanto per paura che qualcuno dei firmatari del Trattato di Pace non appartenenti alla NATO (magari la Russia o la Cina, membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU…) chiedesse spiegazioni sul titolo in base al quale la NATO può operare a Trieste, magari ricevendo anche la spiegazione di Stati Uniti e Regno Unito (anche loro membri permanenti del Consiglio di Sicurezza).

Un simile “scandalo” avrebbe fatto crollare clamorosamente tutte le bugie sul “ritorno di Trieste all’Italia” che, più che motivi sentimentali, sono importanti per motivi economici: non solo il Porto Franco internazionale di Trieste è un concorrente per i porti italiani, ma se i cittadini di Trieste avessero scoperto che i loro diritti civili, economici e politici erano stati calpestati per decenni avrebbero potuto pretendere adeguati risarcimenti…

Così, lo status del porto nucleare di Trieste è emerso soltanto nel 2003 a seguito delle denunce che vennero presentate dal sottoscritto alla Commissione Europea sull’inesistenza del Piano di Emergenza Esterna del porto nucleare di Trieste (l’intera vicenda è raccontata nel libro-inchiesta “Tracce di Legalità – come le mafie e le corruzioni italiane inquinano l’attuale Territorio Libero di Trieste”).

Fino a quel momento la locale Prefettura (nonché Commissariato del Governo) si era rifiutata di rendere pubblico il documento che rappresentava la base della prevenzione per l’emergenza radiologica. Il motivo era semplice: non esisteva nessun P.E.E. per il Porto nucleare di Trieste.

La sola stesura del P.E.E. avrebbe portato ad altre scomode domande sul Porto Franco internazionale di Trieste (che, di nuovo, è un ente di Stato del Territorio Libero di Trieste) ed avrebbe rischiato di rivelare la fonte comune dei mandati del Governo italiano e della NATO. Ecco perché l’insistente P.E.E. venne “segretato” dalle autorità amministratrici italiane e quindi nascosto alla popolazione, rendendole impossibile affrontare un’emergenza nucleare.

Ma sotto procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea l’Italia dovette cedere predisponendo il P.E.E. del Porto nucleare di Trieste e rendendolo pubblico seppur con tutte le limitazioni del caso. Accadeva nel 2007. Per la prima volta documenti classificati come segreti divennero di pubblico dominio e qualcuno ha iniziato a chiedere quelle scomode domande sullo status internazionale del Porto Franco di Trieste.

Fu quello un passo importante per molte azioni che seguirono, a partire dall’opposizione al progetto di rigassificatore della multinazionale spagnola Gas Natural nel 2011 (LINK) fino alle azioni successive per impedire l’illecita urbanizzazione del Porto Franco Nord di Trieste (LINK).

Ed è tuttora la base per l’effettivo ripristino dello status giuridico che i trattati internazionali riconoscono all’attuale Territorio Libero di Trieste ed al suo formidabile porto.

Tratto dal blog “Ambiente e Legalità” di Roberto Giurastante

Il parere della Commissione Europea sul Porto nucleare di Trieste (sopra)

Alcuni link utili sull’emergenza radiologica nel Territorio Libero di Trieste (dal sito di Greenaction Transnational):

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