Movimento Trieste Libera

IL SILENZIO SUI RIFIUTI DELLE MAFIE A TRIESTE

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Il diniego dell’azienda sanitaria di Trieste allo scarico delle scorie di incenerimento provenienti da fuori Trieste  nel tratto terminale della discarica delle Noghere (Muggia). Le ceneri provenienti dalla Puglia e dal Veneto venivano peraltro smaltite in piena zona balenare a Barcola, e sul Carso.

 

Una delle cose più normali che capitano quando vengono chieste alle amministrazioni pubbliche informazioni sullo stato dell’inquinamento del Territorio Libero di Trieste è il silenzio imbarazzato seguito da risposte evasive che tendono a sottovalutare la situazione esistente.

Questo imbarazzo istituzionale è ben comprensibile: non è facile nascondere una drammatica realtà fatta di discariche abusive che coprono dal 30 al 50% della superficie di questo piccolo Stato europeo (212 Km2) affidato all’amministrazione provvisoria del Governo italiano dal 5 ottobre del 1954.

Un’amministrazione disastrosa coperta, proprio con la complicità delle istituzioni locali, da una simulazione tanto illegale quanto dannosa del ripristino della cessata sovranità italiana, per consentire che il Territorio Libero di Trieste ed il suo Porto Franco internazionale vengano utilizzati da questa “camorra nazionalista” locale e dalle analoghe organizzazioni criminali italiane per i propri affari, compresi ovviamente quelli più sporchi.

E tra questi lo smaltimento illecito dei rifiuti: a Trieste e nel suo territorio era facile far sparire senza troppi problemi (come documentato da questa inchiesta di Greenaction Transnational: LINK) quello che non sarebbe stato accettato nemmeno nelle regioni italiane sotto più stretto controllo della criminalità organizzata.

Per decenni Trieste e il suo Porto Franco sono stati il crocevia di questi traffici in odor di mafie: rifiuti tossico nocivi, rifiuti speciali e rifiuti di origine militare, dal Sud al Nord della vicina Repubblica italiana, smistati nel Porto Franco di Trieste e spesso smaltiti in grandi discariche a mare realizzate con continui interramenti (anche nelle zone balneari), e poi nelle enormi discariche delle Noghere e di Zaule, per proseguire fino al Carso dove doline e grotte venivano adibite a questo utilizzo. Stiamo parlando di un disastro ambientale devastante, che ho denunciato nel mio libro-inchiesta “Tracce di Legalità – come le mafie e le corruzioni italiane inquinano il Territorio Libero di Trieste” (LINK). Ma ovviamente, per chi é responsabile del disastro, meno se ne parla e meglio è.

Nelle grandi discariche di Trieste i segni di questo uso come discarica estera di Stato sono ben evidenti: la presenza di forti concentrazioni di diossine è ad esempio indice di smaltimento delle ceneri provenienti dagli impianti di incenerimento dei rifiuti. Ceneri che non arrivavano solo dall’unico inceneritore cittadino, ma dall’Italia.

Nel 1987, in fase di autorizzazione dell’ampliamento della discarica delle Noghere a Muggia, l’Unità Sanitaria Locale chiariva che vista la loro tossicità non si sarebbero potute smaltire le ceneri provenienti dall’inceneritore S.A.S.P.I. di Lecce e delle centrali termoelettriche ENEL di Monfalcone e di Mestre.

Le due centrali termoelettriche erano ritenute tra le più inquinanti per emissioni e scorie, mentre l’inceneritore S.A.S.P.I. di Lecce oltre che altamente inquinante aveva una gestione assai poco trasparente, sospettata di infiltrazioni mafiose. Ma è davvero finita così?

Ovviamente no: questi impianti pericolosi hanno potuto comunque smaltire liberamente e senza controllo i loro scarti di lavorazione, (soprattuto ceneri e olii pesanti) in altre discariche “gentilmente” messe a disposizione dagli amministratori pubblici italiani nel Territorio Libero di Trieste.

Decine di migliaia di tonnellate dei peggiori scarti industriali provenienti dai tre stabilimenti sono state scaricate nel terrapieno di Barcola, nella discarica di Via Errera, nella valle delle Noghere, in altre discariche costiere realizzate con interramenti a mare nel Porto di Trieste, e nelle discariche per inerti realizzate riempendo numerose doline sul Carso triestino.

La pericolosità dell’inceneritore ex S.A.S.P.I. e il danno ambientale prodotto da questo impianto in Puglia è stata ribadita da una recente interrogazione al Parlamento italiano presentata dal Movimento 5 Stelle con cui si chiede la bonifica dei terreni inquinati.

Stranamente a Trieste, città martire dell’inquinamento di Stato italiano, tutti i partiti, compreso il Movimento 5 Stelle, preferiscono dimenticarsi di chiedere l’accertamento del danno ambientale prodotto dallo smaltimento illecito dei rifiuti portati anche dall’ex inceneritore S.A.S.P.I. di Lecce. Forse secondo loro i triestini hanno meno diritti perché cittadini di una “colonia” italiana.

Ed infatti Trieste, grazie a questi amministratori che si prestano alla simulazione della sovranità italiana in cambio di impunità e coperture per i loro affari, continua a ricevere anche oggi rifiuti provenienti dalle regioni italiane più controllate dalle mafie.

Recentemente il Movimento Trieste Libera ha sollecitato urgenti chiarimenti alle amministrazioni pubbliche locali affinché i cittadini vengano informati sulla qualità dei rifiuti che vengono inceneriti nell’unico inceneritore cittadino e sulle zone di provenienza degli stessi. Ma nessuna risposta è ancora arrivata.

La stessa Commissione ambiente del Comune di Trieste, con compiti di vigilanza e ispettivi, che dovrebbe anche indagare sul disastro ambientale scaricato sull’attuale Territorio Libero di Trieste tace su tutti i fronti. Tra i suoi componenti la maggioranza è di non triestini (8 su 15) con un presidente pugliese.

Questo silenzio istituzionale omertoso ci ricorda una volta di più che il tempo dei rifiuti delle mafie a Trieste non è ancora finito.

 

Tratto dal blog “Ambiente e Legalità”di Roberto Giurastante

 

Il comunicato del Movimento 5 Stelle sul caso dell’ex inceneritore S.A.S.P.I. di Lecce. Mentre a Trieste inquinata con gli scarichi continuati delle  ceneri provenienti da questo impianto in odor di mafia, lo stesso Movimento 5 Stelle tace pur essendo ben rappresentato nella stessa Commissione ambiente del Comune.

 

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