Movimento Trieste Libera

UN EROE DIMENTICATO DI TRIESTE: EGON LERCH

U12B

Lo scoppio del conflitto vide l’Impero Austro-ungarico impegnato su molteplici fronti, tra i quali anche quello marittimo. Il compito principale della marina da guerra imperiale (K.u.K. Kriegsmarine) era quello di mantenere il controllo del Mare Adriatico, come flotta in potenza. L’Adriatico era per l’Impero vitale per i rifornimenti, una zona di interesse esclusivo, divisa con l’inaffidabile alleato italiano, che vedeva all’estremo settentrione nel porto di Trieste lo scalo marittimo di riferimento.

La K.uK. Kriegsmarine si trovò fin dall’inizio della guerra, nell’agosto del 1914, a dover affrontare una situazione molto difficile, dovendosi confrontare con le preponderanti forze degli alleati. Le marine di Francia e Regno Unito, che godevano di una netta superiorità numerica sulla marina imperial regia, attuarono  da subito il blocco del canale di Otranto. Un vero accerchiamento, eseguito anche nei confronti della Germania nei mari del Nord, che doveva portare allo strangolamento economico delle potenze degli imperi Centrali.

Se la K.u.K Kriegsmarine non poteva affrontare con speranze di successo le flotte congiunte di Francia e Regno Unito per sfondare il blocco di Otranto, operazione che, anche in caso di successo, avrebbe solo fatto allontanare la flotta dalle proprie basi logistiche per spingersi in pieno Mediterraneo alla ricerca di un improbabile scontro risolutivo con il potente avversario (si veda l’esempio della battaglia dello Jutland nel Mare del Nord tra la Royal Navy e la Kaiserliche Marine), era però ampiamente in grado di difendere le proprie linee di comunicazione marittime ed esercitare il pieno controllo dell’Adriatico.

Questo fu chiaramente dimostrato quando le flotte alleate cercarono di attaccare direttamente l’avversario a casa sua, ovvero spingere il blocco navale davanti ai porti commerciali e militari dell’Impero, al fine di renderne impossibile ogni attività marittima anche nelle acque territoriali, e quindi la movimentazione di merci, materie prime e passeggeri.

Questa strategia offensiva peraltro poteva essere realizzata solo con l’impiego di forze consistenti, e il test fu l’operazione degli alleati per vincere il blocco navale imposto dall’Austria al Montenegro, che era sceso in guerra al fianco della Serbia e dell’Intesa, che si risolse con l’impari scontro navale – nove navi da battaglia francesi e inglesi contro due austro-ungariche – che portò all’affondamento dell’incrociatore A.U. Zenta.

La reazione energica della K.u.K Kriegsmarine indusse gli alleati, dopo alcune sortite verso le basi militari di Cattaro e della Dalmazia, a ritirarsi fino allo sbarramento di Otranto. E un ruolo importante nel contrasto all’offensiva marittima avviata dagli alleati nell’Adriatico, lo ebbero i sottomarini.

L’arma subacquea era la grande novità della guerra sui mari, e proprio la prima guerra mondiale ne rappresentò il banco di prova. La K.u.K Kriegsmarine all’inizio della guerra era impreparata alla guerra sottomarina avendo solo sette battelli operativi, in attesa delle nuove unità commissionate in Germania (Nazione che all’epoca aveva dato il maggior impulso, come gli stessi risultati della guerra marittima dimostreranno, alla costruzione di  sottomarini).

Ma seppur con poche unità la marina imperial regia aveva acquisito, in collaborazione con l’alleato germanico di cui aveva adottato le strategie operative adattandole al proprio teatro operativo, un’elevata preparazione dei propri equipaggi. E la grande conoscenza delle coste e dei fondali dell’Adriatico orientale rendeva i sommergibilisti austro-ungarici insuperabili, anche se operavano con mezzi inferiori a quelli dei nemici. Un’arma, quella subacquea, improntata all’attacco ed affidata a giovani e preparati ufficiali dallo spirito combattivo.

Tra questi il tenente di vascello Egon Lerch. Triestino, ventottenne, a lui venne affidato il comando del sottomarino U 12,  da 250 tonnellate di dislocamento, realizzato nel cantiere navale Whithead di Fiume.

Era una versione migliorata dei modelli U 5-6, ma con ancora molti punti deboli. I problemi principali erano rappresentati dalla scarsa autonomia in immersione, dalla limitata profondità operativa (30 metri), dalle batterie non sigillate che riempivano il battello di vapori di acido solforico durante le ricariche, e,  ultimo ma non ultimo, dall’avere solo due siluri disponibili nei tubi di lancio. Si trattava di un sommergibile costiero, come tutti quelli della imperial regia marina a.u..

Fu con questi battelli pioneristici, e in attesa dei nuovi mezzi ordinati all’alleato tedesco, che la K.u.K Kriegsmarine entrò in guerra dovendo fronteggiare le potenti flotte alleate.

Ma alle carenze tecniche di mezzi ancora inadeguati, sopperiva la ferrea volontà umana di uomini temprati nello spirito dell’ammiraglio Tegetthoff. E certamente di quello spirito combattivo Lerch era uno dei massimi esempi. Spingersi oltre i limiti, attaccare in condizioni giudicate impossibili, non cedere mai: erano queste alcune delle caratteristiche che facevano del comandante Lerch il sommergibilista più stimato della marina imperial regia.

E fu infatti lui ad ottenere uno dei primi e più grandi successi della marina austroungarica. Il 20 dicembre del 1914 l’U-12 comandato da Lerch lasciava la base di Sebenico per spingersi verso il canale di Otranto per attaccare la flotta francese  impegnata nel blocco.

Il 21 dicembre alle 6.30 l’U-12 a venti miglia dall’isola di Saseno entrava in contatto con il nemico e Lerch ordinava l’immersione rapida. L’U-12 si portava a quota periscopica e si avvicinava alle unità navali nemiche. Si trattava di buona parte della flotta francese impegnata in manovre navali. Sedici grosse unità tra le quali alcune corazzate: un sommergibile contro un’intera flotta.

Alle 8.30 l’U-12 si portava a 800 metri dalla flotta francese e Lerch decideva di attaccare la nave ammiraglia, accostando fino a 600 metri ed effettuando il lancio in sequenza di due siluri, il primo verso la parte prodiera e l’altro verso la mezzeria della corazzata.

L’U-12 si immergeva quindi fino a venti metri per sfuggire alla reazione nemica. Il primo siluro centrava la corazzata Jean Bart a proravia della paratia di collisione, il secondo le passava a 50 metri dalla poppa. A bordo della Jean Bart era il comandante della flotta francese l’ammiraglio de Laperyère che non pensando che i sottomarini austriaci potessero spingersi così lontano dalle loro basi, non aveva predisposto la scorta per le corazzate.

La Jean Bart fortemente danneggiata e appruata doveva quindi riparare scortata verso Malta per le riparazioni che la tenevano  fuori squadra per molti mesi. L’ U-12 al limite dell’autonomia doveva rientrare alla base, senza poter effettuare un secondo attacco.

Il risultato di questa azione fu determinante: dopo il siluramento della loro nave ammiraglia i francesi ritiravano la loro flotta dall’Adriatico. Il 22 dicembre l’U-12 entrava nella base navale di Cattaro accolto trionfalmente ma con gli evidenti segni della dura lotta sostenuta: l’equipaggio ormai sfinito dalla micidiale esposizione alla mistura dei vapori di acido solforico e dei gas di scarico dei diesel, le batterie elettriche ormai inservibili da sostituire urgentemente, lo scafo malandato.

Il 28 dicembre l’U-12 ed il suo equipaggio arrivavano nella principale base navale della marina austroungarica a Pola per le celebrazioni ufficiali. Lerch riceveva le congratulazioni dall’Imperatore e veniva insignito della Croce di Cavaliere dell’Ordine di Leopoldo con decorazione al valore e con spade. L’intero equipaggio dell’U-12 veniva  decorato con 13 medaglie al valore, tre d’oro e 10 d’argento.

Si trattò dell’apice del successo per l’eroe austriaco della guerra sottomarina che molti a quel punto si aspettavano venisse decorato con la più prestigiosa delle medaglie dell’Impero austroungarico: la Croce di Cavaliere dell’Ordine di Maria Theresa.

Ma Lerch trovava l’ostacolo insormontabile del comandante della flotta, l’ammiraglio Haus, che lo biasimava per non avere effettuato il secondo lancio contro la flotta francese dopo avere colpito la Jean Bart.

La scelta di Lerch era comprensibile: la ricarica dei siluri era in quella situazione impossibile, e le condizioni delle batterie non consentivano alcuna altra manovra se non quella dell’allontanamento dal luogo dello scontro per portarsi al sicuro e per riemergere prima possibile onde evitare l’avvelenamento dell’equipaggio.

Ma forse Lerch era avversato dai vertici della Marina anche per altri motivi: era l’amante ufficiale dell’arciduchessa Elisabetta Maria, l’irrequieta nipote prediletta dell’Imperatore Francesco Giuseppe, figlia del principe ereditario Rodolfo d’Asburgo suicidatosi a Mayerling. L’arciduchessa “Erzsi” (soprannome datole dal nonno) era sposata e, anche se di fatto separata, la sua relazione sentimentale con il giovane ufficiale di marina destava grande imbarazzo nella corte imperiale di Vienna.

Dopo la vittoria di Saseno, l’U-12 sempre comandato da Lerch svolse una intensa attività di pattugliamento nell’Adriatico meridionale distinguendosi in numerose azioni, pur non ottenendo particolari successi.

E’ da considerare peraltro che le unità di superficie maggiori delle flotte alleate si erano allontanate dall’Adriatico ritenendo di non potere affrontare la minaccia dei sottomarini austriaci: “…. non è più possibile espletare una qualsiasi azione nei porti del Montengro, ma nemmeno si può pensare ad intraprendere, senza grave rischio, operazioni di scorta in Adriatico” (dichiarazione dell’ammiraglio Laperyère comandante della flotta francese nel Mediterraneo al Ministro della Marina dopo il siluramento della corazzata Jean Bart ad opera dell’U-12).

Nuove nubi si stavano intanto addensando all’orizzonte. L’Italia stava per entrare in guerra a fianco delle potenze dell’Intesa. L’U-12 venne trasferito nel Nord Adriatico, prima a Pola e poi a Trieste. Bisognava prepararsi all’attacco dell’infido ex alleato, e il Golfo di Trieste stava per diventare il teatro della nuova guerra marittima. Egon Lerch, tornò quindi nella sua Trieste e da qui sarebbe partito per la sua ultima missione.

Ma prima di questa accadde un fatto che portò ad offuscare la sua “stella”. Il 28 maggio alle 21 l’U-12 attaccava ed affondava davanti a Pirano il piroscafo greco Virginia. Ventidue furono i morti e solo due i sopravvissuti. La Grecia era una Paese neutrale e l’attacco, ufficialmente avvenuto per sbaglio, mise in grave difficoltà la diplomazia austroungarica.

La guerra con l’Italia era iniziata da pochi giorni e Lerch aveva scambiato una nave mercantile  greca per un incrociatore italiano. Possibile che un comandante così esperto fosse caduto in un errore così clamoroso? La versione ufficiale fu che la nave era saltata su una mina. Bisognava coprire l’eroe e disinnescare una crisi diplomatica.

Certo, non è facile valutare le decisioni prese in situazioni difficili in zone di guerra. Nei primi giorni di conflitto con l’Italia erano previste possibili azioni ad effetto italiane, come sbarchi di reparti d’assalto lungo le coste dell’Istria per condurre colpi di mano clamorosi.

E di questo sicuramente l’Evidenzbureau aveva informato i comandi militari di zona, compreso quello marittimo. Un errore quindi quello di Lerch, che potrebbe essere stato indotto da uno stato di allerta generale diramato dai servizi. Ma la verità non sarebbe mai emersa, nessuna inchiesta sarebbe mai stata aperta: l’U-12 stava per entrare, anch’esso per sempre, nella storia con tutto il suo equipaggio.

Il 7 agosto del 1915 alle 12 l’U-12 lasciava Trieste per una nuova missione: attaccare l’arsenale di Venezia principale porto della Marina Militare Italiana nell’Adriatico settentrionale. A Venezia si trovavano alla fonda numerose corazzate, incrociatori, caccia e siluranti.

Dopo l’affondamento dell’incrociatore corazzato Amalfi  da parte del sommergibile U-26, avvenuto il 7 luglio a 15 miglia da Chioggia, gli italiani avevano esteso e modificato la distribuzione delle mine davanti a Venezia e vietato alle unità maggiori di salpare. Per stanare il nemico bisognava quindi entrare nel munito porto di Venezia superandone gli sbarramenti difensivi.

L’idea di Lerch era ambiziosa: rimanere in agguato in immersione davanti agli sbarramenti posti davanti alla laguna di Venezia per seguire la prima nave italiana che vi entrasse, arrivare nella rada dove erano ormeggiate le navi corazzate, lanciare i siluri e invertire rapidamente la rotta per riprendere il largo prima che il canale di accesso venisse bloccato dai cacciatorpediniere avversari.

Un piano davvero ardito considerando anche che il sommergibile doveva svolgere l’intera manovra in immersione in fondali poco profondi, e con un’autonomia che non superava le tre ore. Centottanta minuti per portare un colpo mortale all’odiato nemico italiano, ai “traditori”.

Nel pomeriggio dell’8 agosto si presentò l’occasione propizia. Il rientro di una cannoniera lagunare italiana nel porto di Venezia permise a Lerch di mettersi nella sua scia. Ma l’U-12 stava andando verso una trappola mortale. Navigando in immersione  non poteva evitare di andare a finire contro una delle nuove mine torpedini della barriera avanzata G disposta dagli italiani davanti al canale di accesso.

Alle 16.30 dell’8 agosto 1915 all’ingresso  della laguna di Venezia una violenta esplosione sottomarina e un’alta colonna d’acqua segnarono la fine del sottomarino U-12, del suo comandante Egon Lerch e del suo equipaggio.

Il relitto dell’U-12 posato su un fondale di venti metri venne recuperato dalla Marina Italiana il 3 gennaio del 1917. E con esso i resti dell’equipaggio che vennero seppelliti nel cimitero dell’Isola di San Michele, dove riposano da cento anni.

Osare oltre ogni limite, attaccare in ogni condizione, non cedere mai: era questo lo spirito combattivo del comandante Egon Lerch, l’eroe dimenticato di Trieste.

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Tratto dal blog “Ambiente e Legalità” di Roberto Giurastante

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