Movimento Trieste Libera

DIETRO LE DISCARICHE DEL TERRITORIO LIBERO DI TRIESTE (PARTE 4): LE RESPONSABILITA’ DELLE ISTITUZIONI

parco_vele_muggia01

Il Parco delle Vele a Porto San Rocco: discarica abusiva ma “non troppo”. E’ una delle tante aree inquinate del Comune di Muggia. La prima ad essere oggetto di condanna della Corte di Giustizia Europea

IL CASO DI MUGGIA

Se c’è un Comune che rappresenta bene la drammatica situazione di inquinamento ambientale del Territorio Libero di Trieste, questo è certamente Muggia. Si tratta del Comune più meridionale dell’attuale Territorio Libero di Trieste, al confine con la Slovenia. Tredici chilometri quadrati e tredicimila abitanti, con il 20% della superficie inquinata. Questi i numeri. Numeri da rabbrividire: 1/5 del territorio trasformato in discariche. E che discariche… qui parliamo di rifiuti tossici, quelli che contaminano l’ambiente in maniera spesso irreversibile e ne fanno terra bruciata, avvelenando anche la popolazione.

Muggia ha pagato duramente proprio la sua posizione geografica. Fino al 1991 infatti  confinava con la zona secondaria del Territorio Libero, amministrata dal governo Jugoslavo. E nella guerra non dichiarata tra Italia e Jugoslavia, quella dei rifiuti era una specie di “must”: un obbligo. Utilizzare quello che ora è l’intero Territorio Libero di Trieste, tuttora amministrato dal Governo italiano, come discarica di Stato con funzioni di difesa strategica e come testa di ponte per il revanscismo nazionalista italiano (peraltro mai cessato) verso le terre “perdute” con la fine della seconda guerra mondiale: tradotto in pratica cercare di portare il maggior danno all’odiato nemico slavo contaminando un territorio neutrale posto ai suoi confini.

Questa devastazione ambientale programmata è stata resa possibile solo dalla completa collaborazione delle amministrazioni locali; amministrazioni quasi sempre sotto il ferreo controllo del potere centrale: una democrazia di facciata per garantire un regime che assomiglia di più ad una occupazione di coloniale.

Per questo motivo nel Territorio Libero di Trieste farete fatica a trovare discariche abusive, perché qui tutto si svolgeva con i crismi della legalità di facciata. Ogni singolo funzionario pubblico doveva solo obbedire agli ordini superiori e non porsi domande. Discariche abusive di rifiuti tossico nocivi ne troverete abbondantemente in Italia, ma solo a Trieste l’Italia è riuscita a perfezionare un sistema inossidabile che ha retto fino ai giorni nostri trasformando quelle discariche in regolari opere pubbliche. E a edificarci sopra.

L’arte di fare sparire l’inquinamento occultandolo è ancora ben presente nelle odierne amministrazioni pubbliche che amministrano l’attuale Territorio Libero di  Trieste, e a Muggia trova notevoli esempi. Qui decenni di pianificazioni urbanistiche asservite al sistema dello smaltimento italiano dei rifiuti hanno prodotto alcune delle opere più rilevanti che si trovano (purtroppo) sul nostro Stato.

Il comune di Muggia nella sua limitata estensione territoriale presenta quattro grandi zone inquinate. Si tratta dell’ex raffineria Aquila in ambito costiero al confine con il Comune di Trieste, delle colline di Montedoro con nelle viscere gli ex depositi militari di carburanti, della Valle delle Noghere che comprende il tratto terminale del torrente Ospo e le sue foci, della fascia costiera che prosegue da qui arrivando a Porto San Rocco e fin verso il confine con la Slovenia.

Ma come si trasforma una zona inquinata in un terreno pulito e salubre? Semplice, costruendoci sopra. E’ questo in definitiva il metodo creativo utilizzato a Muggia per aggirare la barriera delle bonifiche. E una volta costruito sopra la discarica bloccare ogni effettiva bonifica. Questo sistema collaudato negli anni ha trovato la sua massima espressione nella realizzazione della Zona Industriale che a Muggia è stata edificata direttamente sul corpo dell’enorme discarica della Valle delle Noghere (qui il terreno è stato rialzato mediamente di 5 metri, con riporto di rifiuti incontrollati, interrando l’alveo delle foci del torrente Ospo). Decine di attività di impresa si sono così insediate su uno dei terreni più inquinati d’Europa. E tra queste anche industrie alimentari.

Una volta costruito non si abbatte nulla. E’ questa la logica del sistema. Ed anzi le opere realizzate sulle discariche diventano funzionali a difendere quanto la sotto è seppellito e non deve riemergere. In caso di necessità scattano poi le coperture burocratiche garantite ad ogni livello per trasformare quelle che sono zone pericolose nelle quali dovrebbe anche essere vietato l’accesso in “aree verdi non residenziali”.

Per arrivare fino alle certificazioni di bonifica effettuata senza avere rimosso i rifiuti. Incredibile direte voi, ma come si fa? Anche qui il genio del machiavellismo italico applicato al diritto creativo non può che lasciare sbalorditi.

Il caso di Porto San Rocco è un esempio illuminante quanto paradossale di questo sistema. La realizzazione del marina turistico di Porto San Rocco era anche servita a coprire un vasto sistema di smaltimento illecito dei rifiuti che avevano portato alla realizzazione di più discariche. Una di queste era stata realizzata all’interno del marina occultando 18.000 metri cubi di rifiuti pericolosi (fanghi industriali) inserendoli in una membrana di materiale plastico che venne sigillata, e seppellendo il tutto sotto una collina artificiale sulla quale venne realizzata un’area verde e un parco giochi per bambini; il tutto in prossimità delle case turistiche appena costruite. La membrana di polietilene in cui si trovano ancora i rifiuti aveva una garanzia di dieci anni per la tenuta, scaduta nel 2009.

Dopo la denuncia pubblica di questo scandalo intervenne la Procura della Repubblica di Trieste che chiese ed ottenne il rinvio a giudizio non degli inquinatori ma di chi aveva diffuso la notizia dell’esistenza di questa discarica con l’accusa di avere diffamato la società Porto San Rocco. Ma chi aveva reso pubblica la notizia aveva solo detto la verità, ovvero che a Porto San Rocco una discarica abusiva era stata mascherata da giardino pubblico. Il messaggio era chiaro, il sistema non tollerava questo tipo di interventi da parte dei cittadini e nessuno doveva addentrarsi nella questione scottante di un disastro ambientale che doveva essere nascosto: esattamente come la discarica di Porto San Rocco.

Ma intanto le denunce arrivarono fino alla Commissione Europea, la quale intervenne riconoscendone la fondatezza: quella di Porto San Rocco era a tutti gli effetti una discarica abusiva. Dopo la sentenza di condanna della Corte di Giustizia Europea, oltre alla sanzione, scattò l’obbligo di bonifica a carico delle autorità italiane e quindi del Comune di Muggia. E qui intervenne il secondo livello di protezione. Come convincere la Commissione Europea che la discarica abusiva era stata bonificata? Con un certificato di collaudo della Provincia di Trieste che certificava la “messa in sicurezza” ovvero che la discarica era monitorata dalle autorità pubbliche e che non vi era alcuna dispersione di inquinanti nell’ambiente circostante.

Anche se messa in sicurezza non significa avvenuta bonifica la discarica di Porto San Rocco risulta, grazie a questo escamotage, essere stata tolta dall’elenco dell’U.E. alla fine del 2015. Il Comune dovrà per ora pagare una sanzione di 400.000 euro (ovvero fino a quando non è stata riconosciuta l’avvenuta bonifica da parte delle autorità comunitarie), salvo probabili ripensamenti della Commissione Europea (difficile far accettare agli altri Stati membri le assoluzioni “bonarie” all’Italia).

Ma la vicenda di Porto San Rocco fa parte ora della più ampia azione che riguarda il disastro ambientale portato dallo Stato italiano con ogni sua singola “epifania” (termine astruso, che significa “organo, rappresentanza istituzionale”, usato da un magistrato italiano per accusare di eversione i triestini che non riconoscono la sovranità simulata dell’Italia sul Territorio Libero) al Territorio Libero di Trieste. E quindi anche questi inquinamenti devono essere rivalutati alla luce di un diritto superiore a quello dell’Unione Europea: insomma, non finirà comunque qui.

Va ricordato una volta di più che il devastante sistema di smaltimento rifiuti utilizzato per decenni a Trieste è stato reso possibile solo dallo speciale stato di amministrazione provvisoria di questo territorio che di fatto lo ha reso una terra senza legge: un vero paradiso per le mafie istituzionalizzate italiane. Quando si indaga sull’inquinamento del Territorio Libero di Trieste bisogna avere ben chiaro che qui non ci sono innocenti, ma solo criminali più o meno responsabili.

Tradotto dal blog “Ambiente e Legalità” di Roberto Giurastante

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condivisioni