Movimento Trieste Libera

DIETRO ALLE DISCARICHE DEL TERRITORIO LIBERO DI TRIESTE (PARTE 3): IL RUOLO DEGLI ORGANI DI INFORMAZIONE IN UN DISASTRO AMBIENTALE

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Doline avvelenate: fanghi industriali smaltiti nel Carso triestino.

Una delle cose più evidenti quando si parla dell’inquinamento del Territorio Libero di Trieste è la diffusa ignoranza sull’argomento. In effetti del problema dell’inquinamento di Trieste in forma più approfondita e quindi come disastro ambientale (quale a tutti gli effetti è) si è cominciato a parlare solo una quindicina d’anni fa, quando vennero avviate le prime serie inchieste sulle discariche presenti nel piccolo territorio di Trieste.

Non erano inchieste “istituzionali” in quanto la questione dell’inquinamento di Trieste veniva accuratamente nascosta alla popolazione. Le inchieste partirono da un gruppo di ambientalisti di cui facevo parte e portarono a fare emergere quella realtà che ufficialmente era sempre stata negata. Si trattava di un disastro ambientale di proporzioni enormi se rapportato alla limitata estensione del territorio di Trieste.

Le discariche emergevano dovunque in un impressionante intreccio che vedeva amministrazioni pubbliche colluse con reti di criminalità appoggiate a vari livelli dallo Stato, ovvero dall’Italia che vedeva nell’area di Trieste un comodo bacino per lo smaltimento e il traffico dei rifiuti anche di origine militare.

Su questo disastro ambientale ho scritto il libro, “Tracce di legalità”, in cui si ripercorre questa “caccia alle discariche” da parte di quel gruppo di ambientalisti poi messo a tacere in quanto destabilizzante per il sistema di potere garantito a Trieste da Roma.

Ed è proprio sul silenzio, sulla negazione di quanto accaduto, che si è consolidato quel sistema di potere responsabile di questo disastro ambientale commesso a danno del Territorio Libero di Trieste e dei suoi cittadini.

Nel corso degli anni mi è capitato di parlare dell’inquinamento di Trieste anche con parlamentari italiani componenti della Commissione di inchiesta sulle ecomafie ricevendo sempre conferma che nessuno sapeva nulla di questa emergenza ambientale.

La Commissione ecomafie trovava sempre un muro quando cercava di informarsi dell’inquinamento di Trieste ricevendo rapporti rassicuranti. Nulla di preoccupante e situazione sotto controllo, queste le risposte date a chi chiedeva spiegazioni.

Anche l’inserimento di Trieste tra i siti inquinati nazionali (ovvero tra le zone più inquinate esistenti in Italia) non ha prodotto particolari effetti. Così le discariche sono rimaste lì, pur essendo riconosciute altamente pericolose dallo stesso Stato italiano che dovrebbe bonificarle.

Ma niente da fare tutto è fermo e riportato al più rigoroso silenzio-riserbo istituzionale. E così la gente continua ad andare al mare sopra le enormi discariche di rifiuti tossico nocivi realizzate in piena zona balneare, mentre sopra le discariche si edificano case, aree verdi, giardini, attività produttive. E così la gente giorno dopo giorno viene avvelenata, senza potersi difendere. E muore di inquinamento.

Ma non se ne deve parlare, sennò scattano le denunce: perché qui si finisce anche sotto processo su denuncia di chi ha inquinato. Ed è proprio il silenzio assordante di cui hanno potuto godere gli autori di questi crimini che ha reso possibile questo disastro ambientale.

Una situazione di collasso della società democratica in cui è pesantissima la responsabilità degli organi di informazione. Per decenni è stata nascosta la verità per coprire chi stava governando. E chi stava governando stava distruggendo l’ambiente e avvelenando i cittadini: nel silenzio interessato del “quarto potere”.

Dal sito di Greenaction Transnational: D come discariche

Tratto dal blog “Ambiente e Legalità” di Roberto Giurastante

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